camicia apre

 

31 gennaio 2014

La mia camicia bianca (Gianfranco Ferré)

di

Ventisette camicie bianche, secondo lui, Gianfranco Ferré. Esposte come un esercito. Appese a fili trasparenti. Dunque sospese nell’aria. Protagoniste assolute della scena nella grande sala che è stata una fabbrica e che ora è corpo centrale del Museo del Tessuto di Prato. Dal 1 febbraio al 15 giugno, resteranno lì, a disposizione di chi vorrà cominciare a conoscere il lavoro dello stilista a quattro anni dalla morte e mai omaggiato con nessuna mostra o retrospettiva. Quanto meno bizzarro per una figura cha ha avuta tanta parte nella storia della moda. Ora, finalmente, il primo racconto di un lavoro unico.

Grazie al museo, alla curatrice, Daniela Degl’Innocenti, e la Fondazione omonima con Rita Airaghi, direttore e “custode” con il fratello dello stilista, Alberto Ferré, dei capi esposti, dei bozzetti, delle immagini, dei video da oggi in mostra.

La camicia secondo me, è più vicina a un’analisi scientifica di quanto si possa immaginare: ispirazioni, studi, costruzioni, prove, scelte e infine realizzazione sono raccontate e documentate a testimoniare vent’anni di genialità creativa e progettuale. Sino all’ultimo, incredibile, supporto: uno studio ai raggi x realizzato con l’Opicificio delle Pietre Dure di Firenze e i nuovi scatti fotografici firmati Luca Stoppini che magicamente portano all’oggi i modelli di ieri.

Per Ferrè la camicia bianca era “il” segno dello stile. L’eleganza assoluta. Materia prima da plasmare e trasformare e scomporre e ricomporre. Ogni pezzo una storia che fa capo a sé, persino con un collo esagerato l’archietetto della moda ha costruito una blusa impeccabile.

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Daniela Degl’Innocenti racconta di un lavoro completo e documentato in ogni passaggio perché così creava lo stilista. E in questi mesi (già molte le prenotazioni per le visite) non mancherà la cura di quest pezzi unici: luci soffuse per evitare che il bianco perda candore, temperatura adeguata e quotidiana aspirazione della polvere.

La mostra così com’è potrebbe tranquillamente essere portata ovunque. Diventare itinerante, magari arrivando a Milano, perché tutti si chiedono come mai, dalla città dove l‘architetto ha lavorato, ancora nessun omaggio: «A piccoli passi – spiega Rita Airaghi – volevamo provarci qui, in questa meravigliosa location e comunque da soli: perché mai il lavoro di Gianfranco era stato presentato senza Gianfranco. E c’era un certo timore reverenziali nei confronti di uomo che era attento ai dettali ed era un esteta tanto esigente».

 

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